
Ineffabile è la mia Rosa D’Inverno,
Impareggiabile la sua nascosta beltà.
La osservo,
anelante di eguagliarla in qualche modo
appagata di ritrovare,
nella delicata corolla d’umane fattezze,
schegge di me.
Alla materna sua linfa
ho attinto
per dissetare l’avida bocca
che non conosceva parola
ma solo muti vagiti.
La sua impalpabile ombra
mi ha riparato dal sole,
dall’ impietosa sua arsura,
senza coprirne l’ indispensabile luce.
Da ogni sua spina
ho appreso la vita.
Da ogni petalo,
l’amore supremo.
Tante volte ho allungato la mano
sfiorando tremante, l’etereo velluto,
bramante di capire cosa lei celi
nelle odorose pieghe d’umane esperienze.
Quanti dolori! Quante gioie inespresse
nell’immutabile tocco del tempo impaziente.
Ma, ahimé,
ogni suo petalo è destinato a cadere
strappato da Mano impietosa e gentile,
e quando anche l’ultimo,
il soffice manto terreno avrà carezzato
lo coglierò,
Serbando memoria d’odorose fragranze.

Il mio pensiero sfiora te
mio compagno di giochi e maestro di vita;
accarezza i ricordi di bambina
di giovane insensata
e quel che allora non capivo
ora comprendo, e mi domando
quanto fu difficile per te
stare a guardare
mentre un pezzo del tuo cuore
spiegava le implumi e inesperte ali
per librarsi nei cieli sconfinati e sconosciuti
di una vita non sempre giusta;
stare a guardare mentre a precipizio
mi gettavo nelle fiamme dei miei errori
ma ne riemergevo sempre,
aggrappandomi alla tua mano tesa,
più forte e risoluta, e come la mitica fenice
rinascevo dalle mie ceneri divenendo ciò che sono.
Quanto ti fu difficile vedere
e far finta d’esser cieco?
Quanto ti fu difficile guardare
mentre ti sostituivo con passioni senz’amore?
Quanto ti ha ferito pensare
di non essermi essenziale
di non avere più quell’importanza
che ti rendeva insostituibile ai miei occhi di bambina?
Ora capisco la tua forza, il tuo coraggio
nel lasciarmi andare, ma hai sbagliato...
hai sbagliato se hai creduto di non essermi vitale
perché c’è sempre stato un posto caro nel profondo
e non del cuore, ma dell’anime mia
che affonda le sue radici in te,
in quell’uomo il cui sorriso
non fiorisce sulle labbra, ma negli occhi,
che sono lo specchio della Nostra essenza;
in quell’uomo pronto alla battuta
che alle volte mi ha pur ferito
ma senz’intenzione
chè non si trafigge il proprio cuore
se non per errore.
Io sono parte di quell’uomo che giocava sul lettone
e tra solletichi e capriole attendeva il suo caffè;
sono parte di quell’uomo che con uno sguardo
capiva cosa s’agitava in me;
parte di quell’uomo che sapeva,
ancor prima del mio ingegno,
cos’io avrei pensato, com’io avrei reagito.
Sono parte di quell’uomo che guardandomi
fissava mille frammenti speculari
e capiva a colpo d’occhio qual ero veramente io;
quell’adolescente brizzolato
che combina il pensiero d’un bambino
a quello di un saggio centenario.
E di una sola cosa io mi dolgo:
voltarmi indietro e scorgere
i giorni persi in inutili fantasie
ai giorni non vissuti
in cui ho inseguito utopiche chimere.
E adesso?
Adesso avrei voglia di vivere mille vite ancora
e non mi basterebbero a stancarmi di te,
del mio punto fermo,
il mio approdo sicuro
la certezza della mia esistenza.
Grazie
Serbo il ricordo d’amichevole gente,
festosa ,ridente,
per le strade tue d’oro.
Calore soffuso e freschi giardini,
acque sorgive e ruscelli scroscianti
su sfondi montuosi dai verdi brillanti.
Comari grassocce, in chiacchiere prese
sta in sulle porte a parlare e parlare
e sulla piazza del Santo francese
bambini ridenti impegnati a giocare.
E poi cosa accadde al dolce Paese,
adagiato fra i colli e il limpido azzurro?
Il sole si è spento. Non v’è più calore.
Le strade silenti. La piazza svuotata.
Il verde dei monti comincia ad imbrunire,
l’acqua sorgiva di colpo a mancare.
Non odo comari né garrule voci,
di botto è silenzio per ogni tua via.
La paura dilaga; violenta è la mano,
di volti coperti con niente d’umano.
a guidare la morte son menti ferali
con corti pensieri, immaturi e letali.
Finestre sprangate, ma con occhi e sentire,
bocche cucite per umano timore.
Cosa hai fatto, oh crudele pastore,
al Paese Natio, a mio splendido fiore?
L’hai ridotto alla fame. In macerie è caduto
Non frutto matura, sugli alberi stanchi.
Le più tenere gemme son costrette ad andare
essi guardano in dietro con occhi stillanti ,
ma han perso la strada e non sanno tornare.
Non c’è linfa di vita,Paese Natio,
né futuro né pane né coraggio di stare.
Sei fermo, languente
un vecchio morente.
Ma se t’hanno colpito e lasciato a morire
non c’è da parlare
la colpa è pur mia.
La mia rotta
Qual è la tua rotta? Dove mira il tuo sguardo?
Questo mi chiede amichevole voce o cerebrale pensiero,
ma risposte a domande non ho.
Io seguo la rotta tracciata dal sole
da levante a ponente il giorno trascorre
compare e scompare nel rosso chiarore
di placide acque ingannevoli e false.
La stella piu chiara mi giuda il cammino
nello scuro velluto trapunto d’argenti.
In mille è più porti alla fonda son stata,
per scelta di cuore od umane pretese.
Ho spiegato le vele, mie maestose compagne
sperando nel vento mutevole amico,
che accompagna la rotta o distrugge e sconquassa,
con mare in tempesta suo fido alleato,
che costringe all’approdo in anfratti di vita,
che spesso sublime l’aspetto t’inganna
e attende silente la tua prima falla
e allora, approfitta ,ti stringe d’assedio,
ti fruga, ferisce, impedisce l’avvio.
Ma tu riparti, percosso e sconfitto.
Stracciate le vele, graffiata la chiglia,
speri nel meglio per te e la tua ciurma,
né scogli taglienti né immobili secche,
ma ancora ti sbagli perché...
non è dolce naufragar in questo mare
come una voce lontana cantava.
E mi coglie il sospetto e il bramoso timore,
che l’ Ultimo porto sarà la mia meta.
Quel porto sicuro accoglierà il mio Ritorno
con vette innevate e profumo di mare
sorrisi mai spenti e Divini pensieri.
Allora, mio amico e mai compagno di viaggio
della mia rotta avrò conoscenza
ma nessuna parola toccherà il tuo sentire,
ché ho trovato l’approdo e null’altro conosco.
Non ho più memorie.
Meschino inventore
Zitto!... Zitto crudele mentitore...Zitto!!
Tu che, con il nero velo dell’inganno, hai celato al mondo
le soglie della tua anima bugiarda,
mentre con labbra grondanti di menzogna mi rapivi i sensi
saziandoli di mere falsità...... adesso zitto !!!
Non illudermi che al di là di quella maschera mendace
dimori un sentimento puro,
poiché esso è precluso alla tua anima viziosa.
Ora taci...taci meschino inventore di un amore inesistente
Perdono ti chiedo.
Con gelida mano, la realtà mi artigliò
e con fatale fendente, mi straziò
turbandomi i sensi, graffiandomi il cuore.
Né amore né desiderio di vita
dipingeva il tuo sguardo,
ma mestizia, dolore
e cocente delusa realtà
sconvolsero le nivee fattezze
del tuo viso di fata.
Amore, perdono ti t’imploro
per vili menzogne,
perdono per turpi bugie.
Di te ho bisogno, anima mia.
Sorgente di vita dissetami ancora.
Ciao SA
Breve e fugace lampo di luce,
ma intenso…lucente.
profumo di tenera rosa,
delicato … indimenticabile.
Falce di luna in oscura notte.
Dolce carezza di fulgido angelo
cielo sereno del più vivido azzurro.
Tenera pianta percossa da vento.
Nave in balia d’oscura tempesta,
ferma ormai in porto sicuro.
Sogno infranto su scogli graffianti.
Tutto questo sei tu,
amico carissimo,
gioia … amarezza … rimpianto… dolore,
fonte inesauribile di tormentato amore.
Anima mia
T’amo dolce sogno
a misura che il mio cuore
vagabondo e cieco sogna una casa
ed elemosina una briciola del tuo amore.
Tanto io t’amo.
Forte è il mio bisogno di te.
tanta la mia impazienza.
Ansimante il mio respiro
al tuo solo pensiero.
Contro l’amore vero, niente è possibile.
Tutto lega, nulla mai divide.
Tutto sostiene, tutto rinforza.
Niente può abbatterlo.
Cosa può il fuoco, se non accendere i sensi e la passione?
Cosa l’acqua, se non cullarci in un oblio d’amore?
Nulla può la terra se non riaccoglierci nel suo fertile grembo
e aiutarci a rifiorire e a ridar frutto.
Nulla può il vento
che implacabile soffia dentro le nostre menti
e tutto sradica, fuorché l’amore,
poiché, quello vero
è custodito dal cuore e non dalla ragione.
Niente può la morte contro l’amore
se non separare due corpi
poiché le anime sono unite per l’eternità.
L’amore basta a se stesso e cresce nutrendosi d’amore,
non chiede altro che di essere ricambiato.
E null’altro io ti chiedo anima mia.
se non d’amarmi in eterno.
Frammenti d’amore
Che mi hai fatto ingenuo candore?
Che hai mostrato al mio sguardo innocente?
Hai mutato, oh ingannevole fata,
un ferino scoglio
in forte, sicuro appiglio.
Fendenti letali son le sue sporgenze,
non posti sicuri dove poggiare speranze.
Solo lui fra la terra e l’Immenso.
Solo lui fra il mio Sangue e l’Eccelso.
Porgo alla riva mendaci sorrisi,
per dare certezze ai mie stralci di cuore.
Ma non v’è certezza nei tagli dolenti
che il mare salato rende brucianti.
Il sole tramonta e risorge ancora
e il mio scoglio rivesto
per nessun’altro ferire
Difendo l’approdo da oscure minacce
e lui non mi aiuta,continua a vibrare
puntando spietato l’artiglio rapace.
Il mio piede vacilla... non posso cadere
lo devo alla vita, ai miei pezzi di cuore.
Partite miei sogni, speranze infinite,
spiegate le ali per terre straniere.
Non recatemi aiuto. Non voglio subiate.
Starò io qui di guardia
Gloriosa guerriera,
del vostro futuro sarò difensore
Andate lontano, non voltatevi indietro
ch’io possa lasciare il mio compito ingrato
Il mio sangue spillante farò, allora, sgorgare
di rosso vermiglio saran l’acque del mare.
Ma non v’è dolore in questa partenza,
soltanto la pace dei sensi e del cuore.
Oramai siete salvi
Frammenti d’Amore








